Interviste a Ichino, Cazzola, Boeri e Tiraboschi
Dieci anni fa, il 19 marzo 2002, il giuslavorista veniva assassinato dalle Brigate Rosse. Oggi il Paese è di nuovo alle prese con una complessa riforma del lavoro. Quanto è rimasto dell’eredità del professore bolognese?
La sera del 19 marzo 2002 l’esperto di diritto del lavoro stava rientrando in bicicletta nella sua casa di Bologna quando tre brigatisti (due in motorino e uno a piedi) lo uccisero con sei colpi. Un bersaglio inerme: qualche mese prima gli era stata revocata la scorta.
Fino al momento dell’omicidio Biagi non era notissimo al grosso pubblico, mentre era ben noto e apprezzato fra gli studiosi in Italia e all’estero e aveva ricoperto numerosi e importanti incarichi governativi come consulente. In quest’attività, il giuslavorista aveva tracciato una bozza di riforma complessiva che avrebbe dovuto aggiornare il sistema dei rapporti di lavoro, delle relazioni sindacali e degli ammortizzatori sociali. Questo portò qualcuno a identificarlo come nemico.
Al di là del fatto di cronaca, che poi si è sviluppato in arresti e processi, la vicenda di Marco Biagi è di stretta attualità perché a dieci anni esatti dalla sua morte in Italia si stanno dibattendo gli stessi argomenti. Dopo l’omicidio il nome di legge Biagi fu apposto a un provvedimento del governo Berlusconi (nel 2003) che recepì almeno una parte delle idee del professore bolognese. L’attribuzione postuma non avvenne senza polemiche, perché Biagi aveva avuto come riferimento politico soprattutto il centrosinistra, tuttavia nel 2001 era stato consulente anche del ministro del Welfare Roberto Maroni (Lega Nord) per la riforma del lavoro. Nello stesso anno era stato chiamato come consigliere dall’allora presidente della Commissione europea, Romano Prodi; insomma Biagi era una figura super partes.
Qualunque giudizio si abbia sulla «legge Biagi» c’è consenso unanime sul fatto che non recepiva il complesso delle sue idee: anche chi la approvava riteneva la riforma soltanto un primo passo nella direzione giusta: Troppe cose erano rimaste in sospeso. E infatti se n’è continuato a dibattere per anni,e adesso i nodi sono venuti al pettine con il governo Monti, che si è trovato ad affrontare un’estrema emergenza economica e sociale. Nel dibattito attuale il punto di vista di Marco Biagi viene continuamente evocato e si pone il problema di quanto della sua eredità ci sia nella nuova riforma che ora si sta preparando.
PIETRO ICHINO
La riforma del lavoro è in gestazione, ma c’è una direzione precisa di marcia?
«La direzione di marcia mi sembra chiara» risponde il giuslavorista Pietro Ichino (Pd). «La reintegrazione corrisponde a una concezione proprietaria del posto di lavoro. Coll’escluderla nei casi di licenziamento economico, la riforma mira a un regime nel quale la sicurezza del lavoratore sia garantita nel mercato più che nel singolo posto di lavoro».
Quanto è rimasto dell’eredità di Biagi?
«Il disegno di Marco Biagi comprendeva anche una svolta del tipo di quella perseguita con questa riforma. Poi, però, la riforma degli ammortizzatori sociali scomparve dall’agenda del governo di centrodestra, con la conseguenza inevitabile che, sulla riforma dell’articolo 18, le cose andarono come sappiamo».
E lei che giudizio dà del progetto del governo attuale.?
«Mi sembra che il governo stia affrontando la questione in modo organico ed equilibrato. Anche se su alcuni punti avrei preferito la soluzione del mio progetto di riforma, soprattutto sul sostegno del reddito di chi perde il posto. Qui il problema più difficile non è quello delle risorse, ma quello di condizionare l’erogazione alla disponibilità effettiva del lavoratore. Occorre attivare gli incentivi giusti perché le cose funzionino. La mia proposta prevede che il trattamento di disoccupazione sia solo per metà garantito da un’assicurazione generale; e che per l’altra metà esso sia invece un trattamento complementare, erogato dall’impresa ex-datrice di lavoro. Così l’impresa stessa sarebbe responsabilizzata per il buon funzionamento dei servizi di assistenza al lavoratore licenziato».
GIULIANO CAZZOLA
Giuliano Cazzola (Pd.l), cosa c’è dello spirito di Marco Biagi in questa bozza di riforma del lavoro allo studio del governo?
«Vedo poca continuità con l’eredità e le idee di Biagi, nonostante siano diventati tutti suoi cultori postumi».
Addirittura?
«Nel documento c’è una cultura della flessibilità in entrata che Biagi non condividerebbe. Viene considerata presuntivamente illegittima e truffaldina, da sottoporre ad un sistema di autorizzazioni e controlli che mettono il rapporto di lavoro nelle mani degli ispettori. Il rischio è aumentare disoccupazione giovanile e il sommerso».
Però s’interviene per la prima volta sul moloch: l’art.18?
«La tripartizione dell’art.l8 in via di principio è un fatto importante, certamente. Ma la dimensione flessibile in questa bozza è subita: c’è ma bisogna tagliarla. E questo è fuori linea con Biagi che fu reinventore della flessibilità normata. Lui vedeva questo mondo che cresceva a cui diede dignità e un minimo di tutele con la Legge 30, ma non la viveva come anomalia da abbattere».
Le imprese nell’ultimo decennio hanno abusato dei contratti atipici …
«Che serva tirare il freno agli abusi nei rapporti di collaborazione e alle partite iva non c’è dubbio. Ma nel decennio 97-20071’occupazione è sempre cresciuta e la disoccupazione è scesa di 10 punti».
Biagi avrebbe abolito l’Art..18?
«Voleva cambiarlo ma avrebbe agito di più su un periodo di sperimentazione: a quei rapporti che si stabilizzano e sulla nuova occupazione avrebbe applicato solo risarcimento danni e indennizzo».
TITO BOERI
Tito Boeri, 10 anni fa veniva ucciso. Biagi: trova che la riforma del lavoro in discussione sia in continuità con la sua esperienza?
«Ci sono principi generali che ritrovo: lo sforzo di riformare il mercato del lavoro, sempre difficile in un paese come l’Italia; la necessità di conciliare la tutela dei lavoratori con le esigenze delle imprese che hanno bisogno di fare efficienza e restare competitive; e il tentativo di migliorare e razionalizzare•le tutele dei lavoratori a cui Biagi credeva molto».
Come giudica l’impianto della riforma?
«Si sa ancora poco. Qualcosa in più si conosce della bozza relativa agli ammortizzatori sociali. E su questa ho delle perplessità».
Di che tipo?
«La necessità di razionalizzare il sistema, che condivido, c’è ma solo a parole. Le tre tipologie di cassa integrazione (ordinaria, straordinaria, in deroga) sopravvivono così come la pletora di strumenti come l’indennità per i lavoratori agricoli o per l’edilizia. Oppure…»
Oppure?
«La cosiddetta cig a requisiti ridotti, che in passato è stata spesso usata da sussidio salariale, attribuita a chi ancora lavorava. Insomma quel riordino auspicato è solo parziale».
C’è un punto su cui Biagi avrebbe insistito maggiormente?
«Forse la questione delle rètribuzioni salariali. Da grande studioso di relazioni industriali sapeva bene quanto fosse utile la contrattazione decentrata dei salari proprio per evitare la perdita di posti di lavoro. Invece nella bozza di riforma, stranamente, non ci sono riferimenti al recepimento dell’intesa di luglio e di settembre sulla revisione delle regole della contrattazione».
MICHELE TIRABOSCHI
Dieci anni dopo la morte di Biagi la bozza del governo recepisce l’idea che serve un cambiamento nel mercato del lavoro per rendere moderne ed effettive le tutele dei lavoratori e, insieme, sostenere la competitività e la produttività delle imprese. Oggi questo è assodato. Monti dice giustamente che la riforma è essenziale per,la crescita del paese. Ma 15 anni fa, quando Biagi lo sosteneva, veniva preso per un traditore del diritto del lavoro…»
Michele Tiraboschi, lei quindi condivide lo spirito di questa riforma. Anche i contenuti?
«Nel merito ho alcuni dubbi. Si fa un passo avanti sulla flessibilità in uscita (i licenziamenti), anche se importando in Italia un modello tedesco che rischia di non funzionare per via della lunghezza della nostra macchina giudiziaria, ma due indietro in flessibilità in entrata rispetto alle conquiste della Legge Biagi».
In che senso?
«La piaga italiana non è l’uso dei contratti a termine bensì il lavoro sommerso, che riguarda il 25% dell’economia. Irrigidire l’uso delle tipologie atipiche, come fa questa riforma, rischia di ridurre l’occupazione stabile aumentando quella in nero. La mia impressione è che sia un impianto riformatore tagliato sulla grande industria, non a caso scontenta le piccole imprese che temono l’aggravio dei costi».
C’è ,una scelta che Biagi avrebbe certamente bocciato?
«Avrebbe visto con diffidenza questo impianto universalistico degli ammortizzatori sociali, che finisce per cancellare la grande esperienza sussidiaria degli enti bilaterali di cui era un tifoso. Ma anche sul modello tedesco avrebbe preferito lasciare spazio alla contrattazione collettiva piuttosto che al giudice…».
Marco Lafieri e Luigi Grassia, La Stampa