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direttore Pierluigi Mantini

Una tassa ai danni di una minoranza produttiva e indifesa

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Istituita dalla legge Dini nel 1995, la Gestione Separata INPS è un piano previdenziale a contributi definiti (CD) che restituisce ai partecipanti - c.d. lavoratori parasubordinati e liberi professionisti non ordinisti - sotto forma di rendita vitalizia reversibile al 60% la somma, rivalutata, che questi ultimi hanno versato nel corso degli anni di attività.

Un piano previdenziale a contributi definiti è una forma di risparmio uguale a tutti gli effetti a un fondo trattamento di fine rapporto (TFR) e, quando è gestito dallo Stato, solleva quest’ultimo dai compiti ridistributivi storicamente a carico di un welfare state.

L’insieme dei versamenti e delle rivalutazioni accreditate ai singoli partecipanti al fondo si chiama montante. Una volta che un partecipante al piano abbia maturato i requisiti per ottenere la pensione si applica al montante accreditato al partecipante stesso una percentuale – o coefficiente di trasformazione - per stabilire l’importo che quest’ultimo riceverà ogni anno.

Quindi, il partecipante a un tale piano ha tutto l’interesse a vedere rivalutare in maniera consistente i versamenti effettuati. Viceversa, una rivalutazione bassa è penalizzante, specialmente se il partecipante è obbligato a non poter cercare alternative più vantaggiose ma può solo fare calcoli ipotetici su come sarebbe forse un po’ più serena la sua vecchiaia se solo le leggi per rendere più equo il mercato del lavoro glielo permettessero.

Alla Gestione Separata INPS si applica quest’ultima condizione, perché la rivalutazione del montante è legata alla media mobile a cinque anni del PIL italiano, un indicatore che dal 1996 presenta un andamento decrescente. Infatti, una somma investita nel 1996 in BTP a 30 anni, con reinvestimento della cedola semestrale sempre in BTP a 30 anni, avrebbe prodotto interessi netti pari a 2,33 euro per ogni euro di interesse netto prodotto dalla stessa somma investita nella Gestione Separata INPS. O, il che è lo stesso, un investimento da 100.000 euro rivalutato ai tassi della Gestione Separata nello stesso periodo darebbe una rendita di 572 euro netti al mese mentre lo stesso investimento rivalutato ai tassi dei BTP darebbe una rendita da 1.179 euro netti al mese.

Per quanto riguarda il futuro immediato, si consideri che il PIL italiano è stato pari all’1,5% nel 2007, a -1,5% nel 2008, a - 5,5% nel 2009, all’1,8% nel 2010, allo 0,4% nel 2011 e per il 2012 le previsioni variano da -1,4% a -1,9%. Poiché la media è calcolata su 5 anni, l’impatto di quei dati negativi sul calcolo dei rendimenti si protrarrà ancora per qualche anno e per recuperare quanto perso il PIL italiano dovrebbe crescere a ritmi cinesi e per molti anni. Peccato che, come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti.

È del 24 maggio scorso, inoltre, l’annuncio in Gazzetta Ufficiale che il coefficiente di trasformazione per chi va in pensione a 65 anni è diminuito da 0,0562 a 0,05435, vale a dire che per ogni 100.000 euro di montante ora si ricevono 5435 euro all’anno. In altre parole per ottenere quello che fino a qualche giorno fa si poteva ottenere con un montante di 100.000 euro ora è necessario un montante di 102.500 euro.
Quindi, l’effetto combinato di questi due fattori trascina verso il basso il montante e rende quanto meno sorprendente l’articolo 36 del DDL sul lavoro, ormai approvato dal Senato, per il previsto aumento delle aliquote contributive, che passeranno a scatti di un punto percentuale all’anno fra il 2013 e il 2018 dal 27 al 33%.

In altre parole, si sta costringendo per legge i partecipanti a investire i loro risparmi previdenziali in un fondo legato a un indice - il PIL - che sconta le inefficienze del sistema Italia, che rende meno dell'inflazione, meno dei fondi di previdenza integrativa, se non altro per le agevolazioni fiscali di cui godono questi ultimi, e che da questo momento in poi vedrà ulteriori abbassamenti del coefficiente di trasformazione ogni due anni per l’allungamento dell’aspettativa di vita. Questo senza contare l’effetto negativo determinato dal fatto che gli anticipi che i partecipanti versano all’INPS a giugno – quindi fra qualche giorno - e a novembre cominciano a maturare interessi dal 1 gennaio dell’anno successivo.

Dulcis in fundo, anche se saranno restituiti rimaneggiati, questi contributi sono sempre un debito a carico dello Stato che non solo vessano chi li deve versare ora ma vesseranno anche chi li deve versare domani per pagare le pensioni dei primi e fanno salire il rapporto debito/PIL, con conseguente possibile aggravio della spesa per interessi.

 

di Silvestro De Falco, Colap

 

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